N O C O P Y R I G H T


"No Copyright" e' un'istanza per molti versi paradossale. Da un lato infatti costituisce la parola piu' estrema che si possa pronunciare oggi contro la societa' dello spettacolo integrato, in quanto revoca in questione la stessa proprieta' privata sui mezzi di produzione immateriali; ma dall'altro, e quasi a conferma che cio' che e' estremo non sempre si preclude la seduzione del buon senso, essa e' anche profondamente radicata nella realta' vissuta di ciascuno, come pratica quotidiana di milioni e milioni di persone, come consuetudine sociale alla copia e all'acquisizione libera dei beni immateriali, e infine addirittura come condizione di esistenza implicita per una porzione rilevante dello stesso sistema produttivo, che pure per altri rispetti la combatte (altro verso del paradosso).

Come accade ad esempio per le droghe, tutti in realta' fanno uso del no copyright: chi in una forma chi nell'altra. Non tutti pero' sono disposti a rivendicare quest'uso come legittimo e, cio' che piu' conta, a rivendicarlo per tutti. La maggior parte lo ammette soltanto a se stesso, come vizio privato particolare rispetto a una virtu' universale e pubblica che deve essere rispettata. A tal segno l'ideologia individualista ha condotto l'ipocrisia! A tal segno il singolo ha smarrito il proprio interesse! Ad un segno che diviene oggi *paradossale*, nel momento in cui una sempre piu' patente pubblicita' dell'intelletto e delle emozioni cibernetiche smaschera completamente la rappresentazione individualista del singolo, mostrando piuttosto di quest'ultimo la dividualita' e la con-dividualita' costitutive: e' la massificazione stessa dei comportamenti, dei gusti, delle pratiche e dei consumi illegali, la loro omogeneizzazione pubblicitaria (opposta al tradizionale elitismo e ricercatismo del vizio), la banalizzazione produttiva delle loro tonalita' di fondo (su cui poggia del resto la stessa natura intrinsecamente cooperativa del lavoro immateriale), a dare gambe corte agli ultimi bagliori di questa ideologia individualista.

In nessun caso del resto la pratica massiva del no copyright puo' essere paragonata al furto. Neanche i concetti di esproprio o di riappropriazione la descrivono bene: si tratta piuttosto, come Blissett ha ripetutamente suggerito, di pratiche di de-propriazione. Infatti l'oggetto depropriato non viene tolto all'originario possessore, ma semplicemente moltiplicato per servire a tutti: non c'e', come nel furto, il fantasma della scarsita', la miseria dell'essere, l'archetipo collettivo in grado di bollare di infamia chi toglie ad uno la cosa che e' sua. C'e' invece un'orgia gioiosa di abbondanza, una moltiplicazione dei pani e dei pesci che da troppi secoli e' stata promessa ed attesa. Questa evidenza impedisce che nell'esperienza quotidiana la "copia illegale" acquisti profonde connotazioni negative: ciascuno anzi pensa e sa di compiere un gesto giusto e assai degno quando distribuisce ai propri amici, gratis o al prezzo del supporto, copie illegali di musicassette, libri, film, giochi e programmi che considera interessanti o degni di divulgazione.

La de-propriazione e' la forma di abolizione della proprieta' privata divenuta possibile al di la' della dialettica e al di la' della scarsita' economica. Essa corrisponde all'attuale grado di sviluppo del sistema produttivo, in cui la totale cooperativita' del lavoro si riflette nella crescente immaterialita' dei prodotti e dei mezzi di produzione: linguistica, cioe' comune, e' la base della cooperazione; linguistica, cioe' comune, e' la natura dei prodotti e delle macchine.

L'immaterialita' delle macchine non deve essere offuscata nella sua complessita' da quel faro emblematico che e' (e resta) il software, prototipo eccellente della macchina linguistica. Questa immaterialita' presenta molti altri risvolti e produce anzi nel concetto stesso di "macchina" una decisiva dislocazione, che ammette, accanto al farsi linguaggio delle macchine (software), anche un farsi macchina del linguaggio (rete), un farsi macchina quindi delle relazioni sociali mediate dal linguaggio (macchina organizzativa) e un farsi macchina percio' della singolarita' stessa (cyborg) che tali relazioni pratica e agisce. Anche il software del resto, in quanto interfaccia universale della cooperazione, non e' che il medium tecnico di questa generale "macchinazione" delle singolarita' tra loro e con pezzi inorganici, che appunto e' quanto l'umanita' possiede di piu' veramente comune (e di cui in fondo la "cultura umana" non costituisce che la lunga preistoria).

Anche per questo non e' ancora avvenuto di sentire alcuno difendere il copyright con argomenti etici. Quei professori e quei poeti che appongono sui loro libri la reprimenda editoriale contro la fotocopiatura, in nome della sopravvivenza del sapere scientifico (o peggio "critico"), si nascondono dietro a un dito, che a sua volta e' inserito nel buco del culo dell'etica. Essi non difendono altro, infatti, che il proprio tornaconto economico, anche a costo di venir meno alla precisa funzione sociale che gli spetta di nutrici e di divulgatori della cultura. Perche' e' assolutamente chiaro che fotocopiando un libro il sapere si diffonde, non si contrae; cio' che invece si contrae e' la possibilita' di appropriarsene e rivenderlo come merce: ma questo avviene proprio in virtu' della qualita' intrinsecamente "comune" della cultura! Lottassero per il loro Reddito di Cittadinanza! Chi piu' di uno scienziato ha diritto a un reddito indipendente dalla sua prestazione lavorativa? Ma sono troppo orgogliosi per farlo, e pur di restare sacerdoti, per quanto senza dio, sono amche disposti a concedersi al cattivo gusto.

Se l'etica dunque non pone alcun problema, ed anzi rende piu' che mai urgente l'abolizione del copyright, come diritto inalienabile di ciascuno di accedere a quei mezzi che consentono la modellazione della sua stessa e dell'altrui soggettivita', ben piu' complesso (ma non meno interessante) diventa il discorso affrontato in termini economici. Ne' questo puo' stupirci: si tratta infatti di un discorso che a ben vedere punta proprio all'abolizione dell'economia.

Va anzittto ribadito che la pratica massiva del no copyright si presenta ad un primo sguardo come condizione necessaria di esistenza per vasti settori del sistema produttivo. In primo luogo, i bassi costi di formazione della forza lavoro immateriale (nell'informatica, ma anche nella musica e nel video) dipendono anzitutto dalla larghissima circolazione di materiali e di esperienze consentita gia' in eta' prelavorativa dai circuiti dell'home copying: un giovane al primo impiego dispone gia', senza alcuna spesa per l'impresa, di tutto il bagaglio conoscitivo necessario ad orientarsi nell'uso della macchina; un bagaglio che gli deriva dalla lunga familiarita' con le copie illegali e con le macchine atte alla duplicazione/manipolazione delle stesse.

In secondo luogo, tutto il mercato di massa dell'hardware (computer, mangianastri, videoregistratori, fotocopiatrici, masterizzatori, campionatori, etc.) poggia implicitamente ma inequivocabilmente sulla possibilita' tecnica della copia illegale: nessuno spenderebbe una lira in questa roba, se non fosse certo di poterne valorizzare le prestazioni attraverso la gratuita' di fatto del "software" (programmi, ma anche cassette e videocassette pirata, etc.).

In terzo luogo (e veniamo al cuore della faccenda), e' lo stesso ciclo produttivo che in misura crescente (nella misura in cui, cioe', si esternalizza in un reticolo di piccole imprese) poggia sulla pratica del no copyright: decine di migliaia sono oggi le imprese medie e piccole che adoperano illegalmente software, immagini, suoni per ridurre i costi di produzione e che di fatto non sopravviverebbero se dovessero veramente pagare una per una tutte le licenze d'uso.

Il paradosso si ripresenta proprio qui, allorche' tali imprese vanno ad imporre il proprio copyright su quelle stesse merci che hanno appena confezionato, violando appunto produttivamente il copyright. Si tratta in realta' del paradosso stesso della valorizzazione, dopo la crisi della legge del valore. Ed e' qui infatti che il terreno si fa scivoloso, poiche' sotto il termine di impresa si celano com'e' noto realta' assai diverse tra loro, che ricorrono al copyright per ragioni diverse: dalla multinazionale fino alla piccola impresa, per giungere al disoccupato "autoimprenditore" per necessita'. Capire dettagliatamente in questo magma chi e perche' si giova del copyright equivale a ridisegnare una mappa degli interessi e dei conflitti sociali che e' ancora di la' da venire. Ci soffermeremo quindi su un paio di considerazioni, nella consapevolezza che, proprio per la sua radicalita', un'autentica battaglia politico-rivendicativa per l'abolizione completa del copyright, in grado di conferire valore universale ai comportamenti sociali gia' invalsi da tempo, necessita di passaggi ulteriori su tutto lo spettro dei rapporti sociali.

La considerazione e' questa, che esiste a prima vista una differenza di fondo nell'uso che l'impresa fa del copyright, la quale dipende in larga parte proprio dalla dimensione dell'impresa. La piccola impresa adopera il copyright, piu' che per difendersi dal consumo finale di massa, che non e' in grado di controllare e spesso neanche di raggiungere (il suo target e' principalmente la commitenza pubblica e privata), soprattutto per tutelarsi dalle altre imprese concorrenti e specialmente dai colossi del settore che conducono un'opera scientifica di rapina sui prodotti dell'intelligenza sociale; essa vive nell'incubo di poter essere messa fuori mercato dal suo stesso prodotto, usato dalla concorrenza piu' attrezzata. Viceversa, la grande multinazionale ha molto meno timore della concorrenza, dal momento che non di rado occupa una posizione oligopolistica che la tiene al riparo da questo rischio: essa si preoccupa soprattutto di non riuscire a realizzare il valore dei prodotti al livello del consumo finale, che essendo un consumo di massa favorisce e moltiplica esponenzialmente il proliferare della copia illegale.

Da un punto di vista etico, gia' questa grossolana partizione possiede delle implicazioni forti. Il prodotto di massa, infatti, significa anche, specialmente in informatica, imposizione di uno standard, di un'interfaccia universale che ciascuno deve possedere per accedere ai relativi circuiti di comunicazione e di cooperazione. Quando Microsoft, grazie alla sua posizione di monopolio, impone Dos, Windows, Word e altri prodotti informatici quali standard assoluti, di cui non e' possibile fare a meno se si vuole far parte della comunita' umana, ebbene questi prodotti devono cessare (e di fatto cessano) di appartenere a Microsoft, per entrare a far parte invece del patrimonio comune dell'umanita'.

Anche da un punto di vista politico se ne puo' trarre qualche insegnamento. Se e' vero infatti che non si dara' abolizione completa del copyright senza una soluzione radicale alla crisi della legge del valore, ossia senza quello sganciamento del reddito dal tempo di lavoro che e' sintetizzato nella formula "reddito di cittadinanza", e' anche vero che gia' adesso sono possibili battaglie per un insieme di misure che, giocando sulla differenziazione sopra accennata tra piccole e grandi imprese, puntino a salvaguardare il lavoro autonomo e la microimpresa, andando selettivamente ad attaccare, piuttosto, gli interessi dei grandi gruppi e delle multinazionali. Subito si puo' e si deve lottare, quindi, per la depenalizzazione della copia domestica senza fini di lucro, per la costituzione di biblioteche pubbliche del software e dei beni immateriali, per la liberta' assoluta di copia a fini didattici, per l'abolizione del copyright sulle vecchie releases dei programmi e in ogni caso per una riduzione drastica dei diritti post mortem su tutti i prodotti dell'intelligenza umana, e infine per la definizione e il riconoscimento delle interfacce standard universali e la loro restituzione al pubblico dominio.