I M P R E S A S O C I A L E


Quello di Impresa Sociale e' ancora un concetto opaco, in larga parte contraddittorio e tutto in gioco nelle dinamiche pratiche del reale. E' forse un segno, questo, della sua radicale attualita': esso si situa su quella frontiera accidentata, di recentissima formazione, che delimita e unisce il politico e l'economico, entro questa crisi irreversibile della modernita', della rappresentanza politica, della societa' del lavoro. Si situa su questa frontiera non come una prospettiva o un orizzonte di cui sia possibile con certezza intravedere almeno il profilo (quali potrebbero essere l'autogoverno o il reddito di cittadinanza), e neanche come un dato di fatto empirico cui manchi soltanto il sigillo della consapevolezza soggettiva per esplodere (qual'è l'insubordinazione di massa alle leggi sul copyright), ma piuttosto come un'opera pratica di dissodamento e fondazione, condotta tutta "in positivo" e quindi tutta da inventare strada facendo: il lato "costituente" dell'esodo.

Nella dialettica tra "costituzione" (di una determinata forma di vita) e "conflitto" (contro i dispositivi di controllo e subordinazione sociali) l'Impresa Sociale si colloca piuttosto in prossimita' del primo termine, non per escludere il secondo, ma invece per porlo con piu' forza, quale conseguenza di un dato di realta' gia' deliberatamente costruito. Sia chiaro che cio' non comporta in alcun modo una liquidazione della politica: al contrario, ne implica un decisivo rilancio, com'è meglio suggerito dalla formula affine di Impresa Politica Autonoma. Ma di questo, piu' sotto.

Chi fa Impresa Sociale? Difficile dirlo con oggettiva esaustivita'. Limitarsi a quanti soggettivamente la propugnano e' meglio: si tratta di quegli esperimenti di produzione autonoma, nati fuori e contro il mercato, in nome principalmente di una pregiudiziale etica, che tra il legale e l'illegale offrono da un lato beni e servizi a basso costo e dall'altro aspirano a ricavarne un reddito sganciato dalla coazione al lavoro, facendo sopravvivere in questo circolo un'idea altra di societa' e di socialita': la possibilita' stessa di una trasformazione radicale dell'esistente. Molti Centri Sociali, assieme con altre situazioni simili, danno oggi di se' una descrizione del genere.

Bisogna osservare qui che un tale "passaggio all'impresa" rappresenta per i Centri Sociali un momento decisivo di evoluzione, di fuoriuscita, cioe', dall'ottica prevalentemente resistenziale che ne aveva caratterizzato l'azione e la concezione di se' nel decennio precedente. In questo processo, che ha poco a che vedere con la cosiddetta "sconfitta storica della sinistra" e che semmai rappresenta un rilancio in avanti da parte di coloro che a quella sinistra hanno negato credito per tempo, i Centri Sociali hanno la possibilita' da un lato di far fronte all'esigenza di riorganizzazione interna che li stringe (certo anche in conseguenza della precarizzazione del mercato del lavoro, che ha definitivamente tolto il terreno sotto i piedi alla militanza classica), dall'altro di mettersi in gioco "overground", rompendo la gabbia, per acquisire una visibilita' nuova presso settori sociali che magari nei favolosi anni ottanta stavano dall'altra parte ma che ormai a loro volta non si sentono piu' cosi' integrati e garantiti nella "societa' di superficie". Da questo punto di vista, l'uso del termine "impresa" non dev'essere sentito come un cedimento di fronte al nemico mercantile-spettacolare: esso e' piuttosto un tentativo ambizioso di infiltrazione e sabotaggio nell'ordine linguistico costituito.

Con quali differenze strutturali rispetto all'impresa mercantile capitalistica ? Ne annoveriamo di seguito alcune, rinviando alla fine quella che a nostro avviso resta la principale: il desiderio soggettivo di cambiare il mondo.

C'e' anzitutto, nell'idea di Impresa Sociale, una forte pregiudiziale etica, un'aspirazione a scegliere cosa produrre e come produrre non solo sulla base di un criterio economico, ma dando massima priorita' a valori di ordine etico ed estetico. Da una parte, i prodotti non devono sottostare completamente alla "logica di mercato": esistono cose che meritano di essere prodotte anche se non prospettano grandi opportunita' di guadagno. Dall'altra parte, la produzione dev'essere compatibile con la "buona vita" di chi la fa e di chi ne fruisce: ecocompatibilita', qualita' e gratificazione del lavoro, vigoroso contenimento dei prezzi.

In secondo luogo, il concetto descrive un tipo di produzione non ancora riconosciuto, e di fatto semi-legale. Questa semi-legalita', guadagnata e difesa attraverso il conflitto, non e' di per se' una novita', dal momento che con mezzi meno puliti anche l'impresa di mercato vi ricorre; la novita' sta nel fatto che i differenziali economici cosi' ottenuti non si traducono in profitto privato, ma vengono reinvestiti nell'ampliamento di quei margini di liberta' che permettono il dispiegarsi di un agire etico. Non vi sarebbero bassi prezzi ne' "senso" e qualita' del lavoro, se i Centri Sociali dovessero pagare l'affitto o magari le tasse sulla sottoscrizione all'ingresso. E' quindi assai probabile che, almeno fin quando il valore sociale di una simile produzione non sara' riconosciuto e tutelato, la "politica", o piuttosto la "forza" continueranno a rivestire per l'Impresa Sociale un ruolo, quantomeno difensivo.

Un terzo aspetto da sottolineare e' l'inedita importanza che la dimensione del collettivo assume in queste imprese. Impossibile e' ad esempio circoscrivere responsabilita' individuali. Presidenti, segretari, tesorieri ed amministratori di ogni sorta non hanno luogo ad esistere entro una macchina collettiva, amicale e solidale, in cui tutte le responsabilita' vogliono essere pienamente condivise, in cui nessuno decide o agisce per conto terzi: su questo, ci si e' spesso scontrati con i limiti imposti dalle formalizzazioni giuridiche esistenti. C'e' sotto questo profilo una domanda radicale di democrazia e di eguaglianza che nessuna impresa mercantile e' attualmente in grado di soddisfare.

Ma la dimensione del collettivo, il "pensarsi" in maniera collettiva, si riverbera anche sul rapporto dell'Impresa Sociale con un "esterno", che non vuole piu' essere tale. Strappare il "pubblico" alla sua funzione di fruitore passivo e le altre imprese alla funzione di concorrenti e' un altro dei suoi "cattivi propositi": non c'e' Impresa Sociale senza rete delle Imprese Sociali, ne' ve n'e' traccia senza il rapporto con un "pubblico" attivo e pienamente consapevole. A differenza dell'impresa di mercato, insomma, la cui apoteosi ha coinciso con lo scardinamento individualistico di ogni legame concreto di solidarieta' ed anche di ogni suo surrogato astratto (il Welfare State), l'Impresa Sociale si candida a svolgere un ruolo propulsivo proprio nella costituzione di una nuova solidarieta', costruita dal basso; pubblica si' ma non statuale. E' su questo punto che si innesta, a ben vedere, il tema altrove sviluppato dell'autogoverno.

Sin qui il progetto e, in larga parte, l'utopia. Certo e' che un modello del genere non si afferma senza frizioni e conflitti: sappiamo quali e quanti interessi vi si oppongono! Tocca chiedersi dunque: quale spazio per una politica? Al di la' del ruolo difensivo cui accennavamo, ed entro cui da tempo pare costretto, quali forme puo' e deve assumere, per esistere ancora, un "agire politico rivoluzionario" ?

Partiamo con lo sgombrare il campo da una polemica e un malinteso che ha finito negli ultimi mesi per isterilire il dibattito: si tratta della consunta querelle che oppone, banalizzando, antagonisti e alternativi, ovvero se debba o meno esistere uno specifico "politico", astratto in qualche misura dalla realta' quotidiana delle forme di vita.

Gli alternativi insistono infatti soprattutto sul dileguo di ogni spazio di questo tipo, rimproverano agli antagonisti astrattismo e scarsa capacita' di presa sul reale, giungono ad accarezzare l'idea che la pratica stessa dell'Impresa Sociale (o dell'autogestione), in quanto esempio riproducibile, possieda gia' nelle sue forme tutte le virtu' qualificanti di un agire "rivoluzionario". Gli antagonisti, per contro, non intendono rinunciare alla loro identita' e alle loro battaglie "politiche", tacciano gli alternativi di ingenuita', se non di resa incondizionata al capitale e, se proprio devono, preferiscono tematizzare l'impresa sociale tatticamente anziche' strategicamente, ossia come mezzo per dar forza alla politica anziche' come fine per sostituirla.

Poiche' e' evidente che entrambi i discorsi hanno la loro parte di ragione, bisogna dedurne che il problema e' mal posto e che esiste almeno un altro modo per porlo correttamente. E' vero infatti che lo spazio del "politico" come sfera separata e' in via di estinzione, ma cio' non comporta affatto un esaurirsi tout court della "politica" in quanto arte del possibile: l'eta' di quest'ultima, anzi, e' appena cominciata. Esaurito e' lo spazio per rappresentare da fuori, da sopra, nel quadro statuale, la complessita' degli interessi sociali. Appena cominciata e' l'epoca in cui questi interessi si danno una rappresentazione propria, immanente, esteriore allo Stato.

Il concetto di Impresa Sociale, come anche quello di reddito di cittadinanza, lavorano in questa direzione, per aprire il campo etico e politico della libera scelta direttamente entro l'agire economico-produttivo, ma questo campo non e' affatto dato: ha ancora bisogno di una politica di frontiera. Una politica che non e' ancora del tutto "iperpolitica" (ossia volta direttamente alla libera e consapevole costruzione est/etica della vita) e che non e' gia' piu' la vecchia "Politika" dei parlamenti, dei partiti, delle ideologie e dei gruppetti d'avanguardia. Che cos'e' allora ?

E' una macchina da guerra per difendere e diffondere passo passo l'esodo costituente. E' progettualita' che parte sempre e solo da se', dalla costituzione pratica della propria forma di vita (e in questo certo si distingue dal passato), ma che sa pronunciare la parola politica, sa compiere su se stessa l'astrazione che generalizza, che connette, che ingenera reazioni a catena, che scatena all'esterno un eccedenza di effetti (e in questo sfugge ad ogni ingenuo immediatismo). Come esiste un modo per organizzarsi senza reprimersi -la rete- cosi' deve esistere un modo per sviluppare progettualita' politica senza alienarsi. Non bisogna temere le potenze dell'astrazione: bisogna saperle usare !

Un passaggio all'Impresa Sociale senza capacita' di astrazione, senza progettualita' politica, viceversa (soprattutto per delle esperienze quali i Centri Sociali, che politiche sono sin dalla loro costituzione), non sarebbe che un azzardo e un salto nel buio, e forse l'inizio di una fine poco gloriosa.

Qual'e' dunque in soldoni il nocciolo del problema, a conclusione di questa lunga esposizione ? Ne' l'Impresa Sociale per l'Impresa Sociale, ne' l'impresa sociale per finanziare la "politica" di avanguardie poco aggiornate, ma un'autentica politica dell'impresa sociale e dell'autogestione, una politica in grado di tematizzare l'autogestione stessa come esemplificazione parziale di una proposta estendibile, generalizzabile all'intera societa'.

Articolare questa proposta, che parte da noi, ma che non si limita a noi ed eccede la nostra parzialita', e' tra i compiti politici del movimento. Non semplicemente chiamando tutti ad autogestire le proprie vite, ma individuando i concreti terreni di lotta che fanno di questo una prospettiva plausibile. Non rescindendo la pratica dell'autogestione da un "intervento politico" condotto a tutto campo, dove pero' la giustezza delle battaglie non dice nulla sulla realta' della vita di coloro che le conducono, ma invece riconoscendosi direttamente, in quanto occupanti e in quanto imprese, quali segmenti parziali di quel sociale che si vuole trasformare e scegliendo quindi per se' e a partire da se' le battaglie che meritano una priorita' tutta soggettiva, che cioe' danno forza all'autogestione, profilandone delle generalizzazioni possibili. Distinguere tra le lotte per se' e le lotte in solidarieta' con altri; valutare le seconde sul metro delle prime, al di la' di ogni idealismo o ideologia; lottare per i propri interessi e farlo finalmente in grande.

Per questo il reddito di cittadinanza riveste un ruolo speciale nel dibattito sull'Impresa Sociale: perche' suggerisce un piano di astrazione che ne concatena il progetto a tutta la societa', una parola politica che fa del nostro "interesse in grande" l'interesse di tutti. L'Impresa Sociale e' legata a doppio filo con il reddito di cittadinanza, sia perche' lo ha tra le proprie condizioni (per un Centro Sociale sia lo spazio fisico che l'extraterritorialita' fiscale sono forme di reddito indiretto, conquistate con la lotta) sia perche' lo ha tra i propri fini (l'erogazione di servizi a basso costo e' a sua volta una forma di reddito indiretto per il pubblico che vi accede); se lo avesse anche tra le proprie proposte politiche, che significa articolarlo un passo al di la' del semplice slogan, avrebbe gia' pronto anche un terreno di alleanza con tutto il mondo della disoccupazione, del precariato, del lavoro autonomo e in nero, della microimpresa postfordista, che poi e' molto spesso il mondo da cui occupanti e frequentatori dei Centri Sociali traggono oggi il proprio insoddisfatto sostentamento.