R E D D I T O D I C I T T A D I N A N Z A



E' ormai un dato acquisito che il tempo di lavoro socialmente necessario - la quantita' *COMPLESSIVA* di lavoro umano necessario alla societa' - sia una grandezza in inarrestabile declino. I ritmi di innovazione e la natura stessa dei settori produttivi emergenti impongono sin da subito uno sguardo disincantato sui buoni propositi di chi inneggia ancora alla piena occupazione.

Anche l'indispensabile battaglia per una riduzione secca dell'orario di lavoro a parita' di salario, irrinunciabile soprattutto per quelli che gia' lavorano, non invertira' la tendenza. Fara' giustizia di uno scandalo sociale che e' sotto gli occhi di tutti (la riduzione del salario reale a fronte della crescita dei profitti), dara' preziose ore di vita a milioni di lavoratori, ma non creera' nuovi posti di lavoro. Semmai accelerera' ulteriormente i ritmi dell'innovazione, decurtando ancora il lavoro necessario, e proprio sui differenziali di questa accelerazione potra' forse giocare le sue carte migliori.

Cio' che piu' conta e' pero' che segmenti crescenti di quello che un tempo fu lavoro dipendente figurano oggi sotto le spoglie di un lavoro autonomo o microimprenditoriale su cui nessuna riduzione potra' avere effetto in quanto l'orario di lavoro e' imposto direttamente dall'esposizione competitiva alle cosiddette "leggi del mercato". Ne' avra' effetto, la riduzione, su tutti coloro che lavorano al nero, a prestazione d'opera o comunque con impieghi precari che ne fanno di fatto dei semi-occupati.

Non esiste, o e' rara, la disoccupazione assoluta. Esiste invece una vastissima, tentacolare sotto- e mala-occupazione, un precariato di massa che e' in realta' contiguo al mercato del lavoro, integrato funzionalmente, subordinato ad esso. I confini tra microimprenditorialita' e microcriminalita', quando non sono ideologici, sono assai labili. E nemmeno e' reale la partizione tra un lavoro tecnico-scientifico qualificato e un'ipotetica marginalita' sociale completamente dequalificata. Il grosso del cosiddetto lavoro tecnico-scientifico si avvale in realta' di abilita' intellettuali generiche che tutti possiedono e progredisce verso una banalizzazione produttiva dei saperi, introdotta proprio dal medium informatico, che richiede tempi sempre piu' brevi di formazione; di converso, i giovani marginali di oggi, al contrario dei loro padri, se hanno qualcosa di bestiale, e' solo la rabbia e la disperazione, perche' sono tutti scolarizzati e ciucciano latte e bytes da quando sono nati.

Il primo punto da tener fermo per un discorso sul reddito di cittadinanza e' dunque questo: che non esiste in Italia, se non nei progetti della destra, una vera societa' dei due terzi, con un terzo di esclusi cronici ed una middle class completamente garantita. Esiste semmai un continuum sociale assai mobile ed esteso, entro una condizione generalizzata di precarieta', che va dal giovanissimo disoccupato al lavorante autonomo, dal libero professionista temporaneamente senza impiego, al lavoratore stagionale immigrato, dal microimprenditore strangolato dalla committenza all'extracomunitario che lava i vetri con una laurea in tasca.

E' un punto, questo, essenziale, perche' l'idea di un reddito di cittadinanza non e' di per se' stessa progressiva. Puo' anzi costituire un potente strumento di discriminazione e di ricatto sociale, se viene concepita per ingenerare quella netta discontinuita' tra inclusi ed esclusi che oggi fortunatamente non si vede in Italia. Ma un tale rischio, che deve essere riconosciuto, non puo' pero' indurre alla rinuncia. Al contrario, deve spingere ad una specificazione ulteriore del concetto, che lo qualifichi in senso progressivo e libertario.

Quali sono quindi i requisiti essenziali a un reddito di cittadinanza di questo tipo ?

Il primo lo abbiamo indirettamente enunciato poco fa: si tratta di pensare un reddito di cittadinanza complesso, un "pacchetto di beni" dotato di molte articolazioni, in grado di tenere assieme la nebulosa della precarieta' sociale tratteggiata in precedenza. Reddito di cittadinanza si', quindi, come sussidio monetario in grado di assicurare a chiunque il diritto a "vivere bene", ma anche reddito di cittadinanza come istituto di garanzia per tutti quei lavoranti autonomi, microimprenditori o a tempo determinato che per la natura stessa della loro attivita' non possiedono con certezza un reddito continuativo. E garanzia qui significa soldi, ma anche formazione, infrastrutture, accesso al credito, accesso alla comunicazione, etc.

Un secondo requisito essenziale consiste nell'intendere il reddito di cittadinanza, anziche' come istituto assistenziale improduttivo (tipo sussidio di disoccupazione), come autentico investimento produttivo sulla qualita' generale della vita e delle relazioni sociali, che immediatamente si traduce in termini di produttivita', tanto sul versante dell'autoimprenditorialita' di ciascuno, impossibile quando si lotta per la sopravvivenza, quanto sul versante dello sviluppo delle qualita' estetiche, intellettive, relazionali del singolo che gia' oggi costituiscono la base reale della produzione. Quando si inneggia al "CAPITALE umano", lo si faccia fino in fondo, riconoscendo in ogni miglioramento della qualita' della vita del singolo un aumento secco di quel peculiare "capitale fisso" che egli di per se', in quanto cyborg, costituisce.

E veniamo al terzo requisito. Un reddito di cittadinanza che si voglia veramente al di la' delle politiche assistenziali fordiste deve vaccinarsi in anticipo contro tutti i rischi di solidarieta' alienata e di assistenza passiva. Lo Stato non puo' in alcun modo porsi come erogatore centrale e unico dei servizi; la solidarieta' non puo' essere delegata alle istituzioni. Al di la' della sterile dialettica tra statalismo e libero mercato, il reddito di cittadinanza deve essere pensato piuttosto in termini di sostegno alle reti di solidarieta' che si creano continuamente nel sociale. L'erogazione dei servizi che vanno a costituire la porzione non-monetaria del reddito di cittadinanza dev'essere affidata a quelle "imprese sociali", rappresentate dal volontariato e dal no-profit, dall'associazionismo e dai centri sociali autogestiti, che gia' da tempo vanno profilando un modello alternativo di Welfare, costruito dal basso, nel corpo stesso della cittadinanza.

C'e' ancora un ultimo requisito che ci preme qui menzionare, pur sapendo che ulteriori se ne potranno specificare in futuro: si tratta dell'essenziale connessione che il reddito di cittadinanza deve porre tra se' e l'esercizio della democrazia. Poiche' infatti il lavoro ha svolto un ruolo fondante nella definizione di che cosa e' oggi per noi "democrazia", non ci si puo' confrontare con la sua tendenziale estinzione senza porsi il problema di fondare su nuove basi il concetto stesso della partecipazione democratica alla vita pubblica. Piu' sopra abbiamo introdotto il concetto di "welfare dal basso" che gia' si presta ad implicazioni di questo tipo (auto-amministrazione); altrove e' stata sostenuta la realizzabilita' tecnica dell'autogoverno politico, entro la nuova sfera pubblica posta in essere dalla telematica. Qui si tratta piuttosto di rimarcare il ruolo strategico del diritto alla comunicazione e dell'accesso ai saperi nel pacchetto complessivo del reddito di cittadinanza. Di questo pacchetto devono far parte tutte le misure atte a consentire un accesso universale e incondizionato alla comunicazione interattiva, ai saperi e alle macchine, linguistiche e meccaniche: disobbedienza civile al copyright e rivendicazione di un accesso universale alla rete come diritto universale dell'uomo si saldano cosi' alla tematica generale del reddito di cittadinanza.